The Midnight Club – recensione della serie Netflix

Written by Sofia Cestelli

Novembre 19, 2022

The Midnight Club

Il mondo è impazzito tanto tempo fa e pochi tra noi, e siamo rari, sono riusciti a trovare il senno, beh… quel mondo pazzo chiamo noi pazzi, no?” – Shasta

Il regista di The Haunting of Hill House e Midnight Mass è tornato su Netflix con la nuova miniserie The Midnight Club, e si riconferma il più rinominato autore horror sulla piattaforma di streaming. Il nuovo progetto di Flanagan vede protagonisti alcuni degli attori e delle attrici che il pubblico affezionato già ha avuto occasione di conoscere in altri suoi progetti, come Rahul Kohli, Zach Gilford e Samantha Sloyan.

Le opere del regista trasmettono sempre un profondissimo amore per l’horror come genere e la presenza di Heather Langenkamp all’interno del progetto, ne è solo l’ennesima riprova. Chiunque sia nato mangiando pane e film horror si ricorderà bene la resiliente protagonista e final girl di A Nightmare on Elm Street (1984), Nancy Thompson. Qui, l’attrice interpreta la dottoressa Georgina Stanton, responsabile della residenza Brightcliffe, dove per gran parte della visione sembra essere un’alleata severa ma allo stesso tempo amorevole verso i curiosi protagonisti ricoverati nella casa di cura. Mentre la storia si svolge, ci rendiamo conto di quanto la dottoressa sappia del “midnight club” e di tutti gli avvenimenti che lo circondano: non solo conosce i rituali dei ragazzi ma ha anche familiarità con il culto Paragon e la misteriosa donna che Ilonka (Iman Benson) incontra per caso nel bosco.

Se nella sua ultima uscita, Midnight Mass, Flanagan ha affrontato la perniciosa influenza delle religioni organizzate e i suoi fedelissimi seguaci, The Midnight Club parla di morte, orrore nel comprendere cos’è la moralità ecc. Si tratta di un adattamento dell’omonimo romanzo scritto da Christopher Pike nel 1994, stesso anno di ambientazione della serie. Ci viene presentata la teenager e protagonista Ilonka, la cui vita cambia radicalmente dopo che le è stato diagnosticato un cancro alla tiroide ma soprattutto dopo aver trovato on-line la storia di Julia Jayne, unica paziente uscita da Brightcliffe curata. Con la speranza di una cura miracolosa, anche Ilonka si unisce all’ospizio dove incontra un gruppo di giovani malati terminali (Kevin, Natsuki, Amesh, Sandra, Cheri, Anya e Spence) che hanno un circolo di storytelling, il Club di Mezzanotte, dove condividono le storie horror che inventano ed è proprio questo il filo conduttore di tutti e nove gli episodi.


La serie è una brillante dimostrazione di come le emozioni umane confluiscono mentre si affronta la morte, l’accettazione e la mortalità, e nel frattempo viene creata un’efficace antologia horror.

Le storie raccontate dai ragazzi strabordano di orrore, Flanagan rende queste narrazioni d’impatto manifestando sempre attraverso il paranormale le più recondite paure dei protagonisti, riuscendo con maestria a traslarle sul pubblico. Ora Natsuki che parla del suo viaggio suicida in Road to Nowhere, ora Kevin ci insegna come l’isolazione non sia la cura e così via. Con il suo solito talento e fascino, Flanagan lavora magistralmente tutte queste cronache e storie facendo in modo che i personaggi aggiungano man mano strati alla narrazione. Inoltre, si è divertito ad inserire nel primo episodio ben ventuno jump scare consecutivi battendo il Guinnes World Record per la quantità di jump scare più alta in un singolo episodio… ma considerando l’odio del regista verso questa tecnica, potrebbe tutto ciò essere una velata critica alla scrittura scialba e banale quando si tratta di questo genere?!
Flanagan disegna anche la morte con una lenta ombra nera incombente e funziona perfettamente, in particolare quando la serie non si avvale e non conta solo sull’apparizione dei fantasmi. Inoltre, stilisticamente parlando, le ombre hanno un loro perché… e la ragione è proprio all’interno della storia.

L’intero cast di The Midnight Club lavora incredibilmente bene insieme, l’alchimia è visibile sin dal primo momento, con un occhio di riguardo (e di ammirazione) in più per Ruth Codd che interpreta la cinica compagna di stanza Anya, che ha visto molte più morti di qualsiasi altro paziente di Brightcliffe e la cui vita è piena di irrecuperabili perdite. Nel suo debutto come attrice, Codd decifra il codice per stabilire i vari livelli di interpretazione del personaggio e ci regala una memorabile interpretazione. Detto questo, la serie si permette anche di parlare di pratiche di magia nera e nonostante abbiano un ruolo massiccio nella narrazione sono presenti dei buchi di trama non indifferenti, non facendoci comprendere spesso le scelte di alcuni personaggi o abbandonando archi a metà. Ma questo non deve assolutamente spaventarvi dal godervi questa serie agghiacciante, soprattutto gli ultimi due minuti… dove nuove rivelazioni vengono a galla… forse un indizio per una seconda stagione?

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