Lamb – Umanità, maternità e natura a confronto

Written by Chiara Volponi

Novembre 26, 2021

Lamb recensione – L’assurda favola sul rapporto tra maternità, umanità e natura

Potrebbe essere “trash”, ma non lo è. Perché Lamb, esordio alla regia dell’islandese Valdimar Jóhannsson, co-scritto insieme a Sjón (che firma anche la sceneggiatura del prossimo The Northman di Robert Eggers), ha una trama tanto semplice quanto folle e apparentemente banale: una coppia di allevatori di una remota regione dell’Islanda, Maria e Hilvar, (interpretati rispettivamente da Noomi Rapace e Hilmir Snær Guðnason), cresce un agnellino della loro fattoria come se fosse loro figlio. C’è più di quanto gli occhi non vedano, in tutti i sensi: bisogna aspettare la fine del primo atto (marcato dagli intertitoli che dividono editorialmente il film in tre capitoli) per vedere effettivamente che l’agnello ha in realtà il corpo di una bambina, ma c’è bisogno di molto meno per capire, invece, che quello che si cela dietro alla bizzarra scelta della coppia ha radici più drammatiche di quanto potrebbe spiegare solo un bizzarro scherzo della natura, che pure è necessario per rendere più vicino all’ horror quello che potrebbe essere un dramma familiare.

Fin dall’inizio, Maria e Hilvar sembrano parlare poco, e il loro silenzio trova un’eco perfetta in quello dei paesaggi desolati e sconfinati che fanno da cornice alle loro scarne conversazioni. Immerso in una luce smorta ma costante (quella dell’estate artica che, con toni più accesi, faceva da sfondo anche a Midsommar) anche il paesaggio sonoro, sia diegetico che extradiegetico, contribuisce a creare un’atmosfera austera e rigida: i rumori sono quelli degli animali, il belare delle pecore, in particolare. Gli animali hanno ovviamente un ruolo preponderante: le loro inquadrature, a volte anche in primo piano, ce ne restituiscono un’immagine quasi intima, umana, che li rende co-protagonisti del film, non solo comparse. Lo sguardo della camera salta anche tra una primo piano del gatto e del cane, gli animali domestici della famiglia, cogliendoli in espressioni penetranti ed evocative, e creando una narrazione fatta di sguardi che aumenta la tensione, preannunciando quando qualcosa di ambiguo sta per accadere.

Lamb gioca ampiamente con il rapporto tra uomo e animale, e tra uomo e natura: in un paesaggio così organico e armonico, non stupirebbe affatto se l’agnellina, ribattezzata Ada, fosse soltanto tale, senza tratti umani, ma Jóhannsson  spinge ulteriormente sul confine tra ciò che è umano e ciò che non lo è, creando appunto una figura ibrida, che ben si inserisce in un sostrato folcloristico e ancestrale, perché leggende e storie di questo tipo si perdono nella notte dei tempi.

Ada, la bambina agnello, non ha il dono della parola, ma comprende ciò che i suoi genitori adottivi le dicono, e risponde con movimenti ed espressioni del volto; è chiaro che provi sensazioni ed emozioni, anche se le esprime in modo più animale che umano. Quando il fratello di Hilvar, Pétur (Björn Hlynur Haraldsson) fa il suo ingresso in scena, ospite a tempo indeterminato per ragioni non troppo limpide, la sua reazione alla vista di Ada è piu’ di incomprensione che di paura od orrore. Più che incredulo nel vedere un agnello con un corpo umano, cerca di convincere il fratello a ragionare, e a smetterla con questa scelta eccentrica di voler allevare un agnello come se fosse un figlio. Il suo arrivo crea sicuramente un elemento di accennata comicità, ma allo stesso tempo arricchisce ulteriormente le dinamiche interne alla famiglia, inserendosi nel quadretto familiare e imparando a sua volta a voler bene ad Ada come uno zio. 

Ma la famigliola, tutto sommato, felice non ha lunga vita. Se già una volta la sparizione di Ada – ritrovata poi vicino al fiume in compagnia di un caprone – aveva fatto tremare di paura i suoi genitori, ora, superato anche il pericolo iniziale dovuto all’ostilità dello zio, Maria e Hilvar si troveranno definitivamente a fare i conti con la natura: quella che ha generato Ada e che la richiama a sé, volente o nolente.

Lamb è un film con un sottotesto importante, legato proprio al concetto di famiglia naturale e di maternità: si potrebbe interpretarlo, per esempio, come una favola sull’adozione e sulla scelta di essere genitori, così come sul conflitto tra legami di sangue e legami affettivi, tra biologia e libertà di scelta. Il folklore popolare, poi, non fa che aumentare il portato universale di un tema come quello della maternità e della genitorialità che è tanto naturale e ancestrale come la natura stessa e le leggende legate ad essa, che qui non vengono nemmeno riportate, se non per un breve accenno ad una battuta detta in tv, che è piu’ una meta-citazione che una vero elemento di dialogo.

La connessione con il folclore non puo’ non ricordare The Witch, anch’esso profondamente legato alle credenze popolari e a figure, come quelle delle streghe, radicate nell’immaginario collettivo. E se qui la religione è assente, ciò che resta presente è la famiglia, che gioca un ruolo forse ancora più importante. Così come lo scandinavo Border, che indagava il confine tra umano e non umano attraverso una storia d’amore tra due troll che vivono nei panni di emarginati sociali, anche Lamb rimanda ancora al rapporto tra uomo e natura, un tema che è tanto vecchio quanto sempre attuale, e che oggi è ancor più importante esplorare in nuovi modi, con nuove storie e nuove immagini. 

Lamb deluderà i fan legati  all’horror più tradizionale, perché, semplicemente, non fa paura, e la suspense, per quanto creata magistralmente, non porta necessariamente ad un climax di terrore. Ma chiunque abbia imparato ad apprezzare i lavori distribuiti da A24, o che ami le storie ai limiti dell’ assurdo, non rimarrà deluso da un film come questo, che contribuisce a esplorare nuove strade del genere horror e a mantenerlo su un livello alto sia nello stile che nel contenuto.

Benedetta Mastronardi

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