HODTV: “Phantasmagoria” – Recensione

Written by Chiara Volponi

Settembre 19, 2021

 

Per la rubrica in collaborazione con la piattaforma streaming horror HODTV oggi proponiamo la recensione di The Encounter, presente in catalogo su https://hodtv.net/?idPr=WH96P

 

“Phantasmagoria” Regia di Domiziano Cristopharo, Mickael Abbate e Tiziano Martella

Domiziano Christopharo è un regista di film indipendenti romano, noto principalmente per essere uno tra i primi a cimentarsi nel genere erotico/horror in Italia. Nel 2009 ottenne un forte successo e acclamazione critica con House of Flesh Mannequins (nel quale vediamo l’attore internazionale del genere Giovanni Lombardo Radice). House of Flesh Mannequins ha vinto sei premi internazionali e ha ottenuto ben otto presentazioni a festival nazionali e oltreoceano. Christopharo è da molti considerato un mix perfetto tra Fellini e Dario Argento: uno stile vintage, sopra le righe, forte e allo stesso tempo classico. Alle critiche, il regista, spesso risponde citando Picasso: “L’arte non è mai casta, si dovrebbe tenerla lontana da tutti i candidi ignoranti. Non dovrebbero mai lasciare che gente impreparata vi si avvicini. Sì, l’arte è pericolosa. Se è casta non è arte.

Questo progetto nasce dall’idea del francese Abbate e vede la collaborazione a sei mani dei due registi italiani Christopharo e Martella con quest’ultimo.

Phantasmagoria (2014) presenta una narrativa in stile antologico, il film infatti è composto da tre storie diverse assolutamente non collegate tra loro. L’unica cosa che le collega – oltre al tema principale delle presenze paranormali – è l’avvolgente intermezzo stop-motion che dall’inizio e puntualmente alla fine di ogni frammento appare sullo schermo per fare il punto della situazione, per lo più quotando piccole frasi e citazioni che rimandano allo stato d’animo dei protagonisti.

Diabolique, la prima storia (sceneggiatura di Mickael Abbate), vede protagonisti quattro ragazzi, probabilmente dei backpacker, che si conoscono da poco ma stanno intraprendendo questo viaggio (di andata o di ritorno non si sa) insieme. La vera e importante protagonista però arriva a metà narrazione: durante una breve sosta nel litorale francese una delle protagoniste vede l’enorme villa che si trova proprio nel punto più alto della zona costiera. Attratta come da una calamita invisibile la ragazza vuole a tutti i costi entrare nella casa.


Il secondo frammento My gift to you (sceneggiatura di Raffaele Picchio, Lorenzo Paviano, Riccardo De Flavis) ha lo stesso immotivato finale troncato. Anche qui la scena iniziale è in macchina, la protagonista ventenne decide di ritornare nella sua casa natale e capire se riuscirà a far sparire il trauma che l’accompagna da più di dieci anni e ad aspettarla non sarà nessun’altro, se non suo nonno. O chi per lui.

Terzo ed ultimo racconto Il serpente dalla lingua d’acciaio (sceneggiatura di Davide Chiara) è senza dubbio il più personale dei tre. Buio pesto. Un turista sprovvisto di valigie e orientamento si ritrova a bussare alla porta di un ex-motel, nel bel mezzo di un minuscolo borgo medievale. La prima notte passa tranquilla. Ma i giorni trascorrono e tutto si rivela uno snodarsi di vecchi misteri con la presenza di una forte sessualità e dolore, mentre tutto ciò che sembra non è. 


Col rischio di poter rientrare tra i “candidi ignoranti” di cui parla Picasso l’opinione è che i suggestivi paesaggi italo-francesi riescano a malapena a distrarre dal risultato finale, che è quello che in gergo possiamo definire “mappazzone”: le prime due storie non hanno una risoluzione e non cercano neanche di arrivare da qualche parte. Per i primi cinquanta minuti risulta davvero irrilevante prestare attenzione. L’ultimo frammento invece si impegna a seguire una narrativa che fa concludere il lungometraggio con una nota a favore e può far ricordare un clima “alla Pupi Avati”.
Ci sono senza dubbio dei tentativi di rendere il genere più originale, con i colori caldi ad esempio (nel primo segmento), che però sono accompagnati da una sceneggiatura molto debole: l’effetto visivo preso da solo è ottimo ma non si può dire lo stesso della scrittura. Dialoghi brevi non sempre sono sinonimo di semplicità ed efficienza. Per quanto potesse essere evitabile, la presenza del sipario stop-motion col sottofondo di una voce perfettamente intonata e nitida aiuta molto, soprattutto durante il primo e il secondo frammento, a far prendere allo spettatore un po’ di aria e scandire il tempo. L’attenzione alla fotografia e alle musiche è uno dei pochi elementi di forza della pellicola, forza che viene completamente afflosciata dal tentativo di inserire un minuscolo accenno ad un tema sociale come la molestia e l’abuso sessuale, tema che senza alcun dubbio avrebbe meritato più spazio. Dopo aver visto House of Flesh Mannequins, forse ci saremmo aspettati qualcosa di più. È da riconoscere il tentativo di voler portare qualcosa di diverso in Italia – soprattutto di questo genere – ma questo non significa dare per scontato che un prodotto sia ottimo solo perché è firmato da un italiano.

Leggi QUI la nostra esperienza alla mostra del cinema di Venezia!

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