HODTV: “Dough” – Recensione

Written by Chiara Volponi

Novembre 29, 2021

Per la rubrica in collaborazione con la piattaforma streaming horror HODTV oggi proponiamo la recensione di Dough, presente in catalogo su https://hodtv.net/?idPr=WH96P

 

Dopo essere sfuggita da un pericolo ignoto, la giovane Mary si ritrova sola e spaventata in una landa desolata alla disperata ricerca di un posto dove sentirsi  al sicuro, finché non trova una casa situata in mezzo al nulla abitata dalla misteriosa Signora Compson.
Inizialmente la signora è restia ad aiutare la ragazza, ma appena Mary gli confessa che non può ritornare a casa sua e non ha nessuna persona a cui rivolgersi, decide di ospitarla presso la sua stanza degli ospiti in cambio del suo aiuto nel svolgere le faccende domestiche, come preparare l’impasto per il pane da infornare.
Durante la sua prima notte nella casa, Mary inizia a sentire degli strani rumori provenire dal pavimento, inclusa la voce della Signora Compson mentre discute con un ignoto interlocutore, facendole nutrire dei forti dubbi nei confronti dell’apparente tranquillità del posto.
Questi sospetti inizieranno a diventare più forti quando la mattina seguente la ragazza troverà un topo impagliato sotto al suo letto, senza sapere come ci sia arrivato.
Nonostante questi eventi inspiegabili, Mary inizia pian piano a stringere un legame affettivo con la misteriosa signora, vedendola come una figura materna, a dispetto dei suoi sospetti.
Ma la notte seguente, dopo aver sentito ancora la Signora Compson parlare con qualcuno, Mary decide di spiarla mentre sta chiudendo una botola situata nel pavimento e spinta dalla curiosità decide di aspettare che la donna se ne vada per poterla aprire e vedere che cosa ci sia all’interno, svelando così il mistero che si cela nella dimora. Per Mary la verità chiusa in quella botola sarà tanto sconvolgente quanto spaventosa e avrà delle terribili ripercussioni.

Scritto e diretto dal regista statunitense Julian Vlcan, Dough fa il suo debutto nel panorama del cinema horror al festival cinematografico Screamfest Horror Film Festival nel 2014, regalando al pubblico una straordinaria dimostrazione di come si costruisce un film in grado di suscitare una forte sensazione di suspense, grazie all’utilizzo di un cast composto di pochi elementi e la una durata di proiezione di 20 minuti.

Infatti la difficoltà maggiore nel raccontare una storia all’interno di un film è quella di saper racchiudere tutti i particolari più significativi di un contesto narrativo in un lasso di tempo ridotto.

Ma questo cortometraggio è riuscito nell’impresa, e racconta un intero universo narrativo in soli 20 minuti senza subire uno sbilanciamento nella visione dei contenuti, grazie alla sua capacità di raccontare l’interiorità e il background dei suoi personaggi senza ricorrere a determinate rappresentazioni esplicite.
Un esempio concreto di questo tipo di approccio sottile e minuzioso nel contesto narrativo si trova nella scena iniziale in cui la giovane Mary incontra la misteriosa Signora Compson, in particolare quando la protagonista la prega di ospitarla in quanto non ha nessun posto dove andare e non ha nessuno a cui rivolgersi per chiedergli aiuto, lasciando intendere che sia sfuggita da una vita costellata di abusi.
Questo breve dialogo riesce a rivelare in maniera implicita qualcosa di più sul personaggio principale, senza di utilizzare un flashback o un altro tipo di rappresentazione esplicita per fornire al pubblico le informazioni sul background del personaggio, garantendogli una maggiore comprensione del contesto narrativo in cui si svolgono gli eventi.
Infatti si è scelto questo tipo di approccio più sottile per stimolare lo spettatore a trarre le sue conclusioni e a cogliere qualsiasi dettaglio presente sulla scena, prestando la massima attenzione a quello che accade sullo schermo.

Anche la recitazione incisiva di Erika Macke e Michelle McGinty contribuisce enormemente a dare maggiore impatto visivo alla rappresentazione del film, fornendo allo spettatore maggiori indizi sullo sviluppo del rapporto quasi madre-figlia che si crea tra Mary e la Signora Compson, che riesce a creare un sentimento di empatia e affetto nei confronti di questi personaggi.

Una piccola nota negativa è il fatto che, vista la durata minima della visione, molti aspetti come l’origine e la rappresentazione del mistero che circonda la dimora sono stati trattati solo a metà, togliendo al pubblico possibilità di percepire fino in fondo l’atmosfera insolita e inquietante della storia.
Nonostante ciò, le tinte lugubri e angoscianti che caratterizzano l’ambientazione riescono a regalare agli spettatori una sensazione di inquietudine che il ridotto minutaggio del film ha in parte dimezzato, consolidando l’efficacia del corto nel mettere in scena una storia piena di sfumature emotive e narrative in soli 20 minuti.

 

Marta Quitadamo

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