HODTV: “Devil’s Pass” – Recensione

Written by Chiara Volponi

Marzo 21, 2021

 

Per la rubrica in collaborazione con la piattaforma streaming horror HODTV oggi proponiamo la recensione di Devil’s Pass, presente in catalogo su https://hnet/?idProdt=WH96Pv.

Il lungometraggio Devil’s Pass (conosciuto anche con il nome di The Dyatlov Pass Incident) è un film del 2013 distribuito da Midnight Factory, ispirato ad un fatto reale: nel 1959 nove escursionisti sono stati ritrovati morti in circostanze misteriose nei pressi della “montagna dei morti” sugli Urali.

Da quel momento, il Passo di Dyatlov, dal nome del capo spedizione, si dice sia maledetto e viene soprannominato anche il passo del Diavolo. Se non siete familiari, con una rapida ricerca su internet si può capire tutta la stranezza dell’avvenimento: non si è trovato nessun testimone del disastro, i livelli di radioattività su alcuni corpi erano ben sopra la media, ad alcuni escursionisti era stata strappata la lingua, altri erano stati dilaniati (come se fossero esplosi) dall’interno, altri ancora avevano pensato di spogliarsi nudi a -30 gradi e correre per l’accampamento. La sequela di teorie sembra non finire mai, tra venti che fanno impazzire le persone e militari che paiono depistare le ricerche, i preamboli alla visione sembrano veramente interessanti.

Le premesse del film sono ottime, il regista, Renny Harlin, è conosciuto e ha creato opere apprezzabilissime. L’espediente utilizzato nella registrazione è a metà tra il mockumentary e il found footage e la trama reale offre spunti interessanti. Eppure, nel complesso il tutto non alza mai l’asticella sopra la media della sufficienza. Ma andiamo con ordine.

Holly (Gemma Atkinson) e Jense (Matt Sokoe) sono due co-registi, studenti dell’università che vogliono capire di più sugli avvenimenti del passo Dyatlov. Aiutati da J.P (Luke Albright) ed Andy (Richard Reid), due esperti scalatori e Denise (Holly Goss), tecnico del suono, partono in direzione dell’Ucraina. Qui si esaurisce l’esile intreccio narrativo, che verrà farcito di espedienti e riprese canonici del mockumentary, anche nei momenti più impensabili di tutta la narrazione. Il momento di tensione più alto di tutto il film viene risolto nell’ultima mezz’ora, in una mescolanza discutibile tra horror e fantastico che porta il nome di Philadelphia Experiment.

Le inquadrature sono piuttosto chiare e stabili, anche quando vengono effettuate con le luci ad infrarossi a causa del buio quasi assoluto della scena; i paesaggi sono veramente mozzafiato, la trama non ha buchi incomprensibili o incongruenze con quanto ci si aspetti.

Arrivato in Ucraina, il gruppo tenta di mettersi in contatto con l’ultimo sopravvissuto della spedizione (sopravvissuto in quanto non era neanche arrivato alle pendici della montagna), ma le autorità glielo impediscono in ogni modo con fare aggressivo e con una modalità sufficientemente losca da far scattare nello spettatore una serie di meccanismi di difesa e di anticipazione sul resto del film. Comunque, nonostante i dubbi dei residenti riguardo alla loro missione, i ragazzi riescono provvidenzialmente a fare la conoscenza di un uomo che li guiderà più vicini alla “montagna della morte”. Nel passaggio successivo si scoprirà che l’uomo è il nipote di una donna che ha aiutato nelle fasi di recupero dei corpi della missione di Dyatlov, una cinquantina di anni prima. L’anziana lascia presagire fin dalle sue prime frasi una incongruenza con i rapporti ufficiali, garantendo che “i corpi erano 11…” quando invece ne furono segnalati soltanto 9, quelli degli escursionisti, appunto.

Giunti sulla montagna dei morti la situazione degenera: da orme strane sulla neve, jumpscare ben piazzati e lovestory che non avranno esiti positivi, a gps e satellitari che smettono di funzionare non appena i nostri “eroi” fanno campo sul passo Dyatlov. L’orrore si svolge a ritmo più serrato da quando Jense ed Holly trovano una strana porta nascosta sotto un vistoso cumulo di neve e che può essere aperta soltanto dall’esterno, arrivando verso il finale al punto risolutivo di tutto l’intreccio.

Nel corso del film vengono disseminati qua e là degli indizi che aiuteranno nella risoluzione della trama, aiutando lo scorrimento del film. Non ci saranno particolari momenti ingestibili di tensione, né risoluzioni inquietanti: l’obiettivo del film sembra principalmente insinuare il dubbio nello spettatore e la curiosità riguardo a quel luogo misterioso, riuscendo nell’intento.

Godetevi Devil’s Pass la pellicola per quello che è, senza aspettarvi picchi di orrore o balzi dalla poltrona: è un horror piuttosto nella media con un finale che strizza l’occhio al fantascientifico, facile da intuire si apprezza il genere.

 

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