HODTV: “Charlie Says” – Recensione

Written by Chiara Volponi

Marzo 14, 2021

Per la rubrica in collaborazione con la piattaforma streaming horror HODTV oggi proponiamo la recensione di Charlie Says, presente in catalogo su https://hnet/?idProdt=WH96Pv.

 

– Perché lo hai fatto?

– Perché me lo ha detto Charlie.

Il film è diretto dalla celebre regista di “American Psycho” Mary Harron e si basa su alcuni fatti realmente accaduti e documentati nei seguenti saggi: “The Family: The story of Charlie Mason’s Dune Buggy Attack Battalion” di Ed Sanders e ” The Long Prison Jorney of Leslie Van Houten” di Karlene Faith.

Nell’estate del 1969 la giovane  Leslie Van Houten (Hannah Murray) si unisce alla comune gestita dall’aspirante musicista “Charlie” Manson (Matt Smith) per vivere una vita libera dalle opprimenti convenzioni sociali di una società conformista. Con il passare del tempo la ragazza rimane rapita dal carisma di Manson, tanto da rinunciare al suo vero nome e alla sua vita precedente per immergrsi nello stile di vita della sua nuova famiglia, incurante che dietro a questa facciata idilliaca e spensierata si nasconde un lato più oscuro. Infatti Charlie – così viene chiamato dalle ragazze – si rivelerà non solo un individuo estremamente folle, ma anche un abile manipolatore in grado di trasformare Leslie e i suoi amici della comune in dei fanatici adepti in grado di uccidere senza alcun rimorso e ad ogni suo comando.

I delitti progettati dalla mente perversa di Charles Manson hanno segnato in modo indelebile la fine degli ideali di pace promossi dalla cultura hippy durante gli anni Sessanta, ma chi sono gli autori materiali di questi atroci delitti? E perché dei giovani hanno deciso di compiere degli atti così violenti senza opporre alcuna resistenza? Il film riesce a rispondere a queste domande lasciando che lo spettatore veda l’intera vicenda attraverso gli occhi dei membri della comune, in particolare di Leslie “Lulu” Van Houten, Patricia “Katie” Krenwinkel e Susan “Sadie” Atkins. Queste ragazze della comune rimarranno sempre fedeli alle ideologie inculcate da Charlie anche durante la loro incarcerazione al California Institution for Women nel 1972, finché non arriva in loro aiuto l’educatrice Karlene Faith. Solo in quel momento le ragazze riescono a riacquistare la loro individualità e a comprendere la gravità delle loro azioni.

Gli eventi temporali del film vengono rappresentati in un continuo alternarsi tra passato e presente e grazie a un’attenta ricostruzione storica dell’ambientazione in cui si sono svolti i fatti, lo spettatore ha la possibilità di riflettere più chiaramente sugli effetti devastanti di una sottile e graduale violenza psicologica perpetrata ai danni di un soggetto più fragile.

Un esempio concreto di questo particolare realismo nella rappresentazione degli eventi e di questo tentativo di riflessione sulla psicologia dei personaggi è presente nella scena iniziale del film, quando gli adepti della famiglia si ripuliscono del sangue delle loro vittime dopo il loro omicidio e con tranquillità chiedono un passaggio a un ignaro automobilista.
La prevalenza delle inquadrature in primo piano e mezzo busto sui personaggi principali rendono perfettamente l’idea del totale sottomissione psicologica al credo di Manson e del fatto che nel momento in cui compiono le efferatezze non sono più esseri umani ma degli involucri di carne che obbediscono solamente a una sola entità. Anche le interazioni tra le ragazze e Charles Manson rendono perfettamente l’idea di questa progressiva perdita della volontà, dalla semplice richiesta di denaro fino all’obbligo di rinunciare completamente al loro vero nome e ai loro legami con la loro vecchia vita per affidarsi totalmente a lui, l’unico uomo in grado di guidarle verso una nuova era e di dargli tutto l’amore che hanno bisogno, anche a costo di una violenza fisica.
I dialoghi con Karlene Faith danno il loro contribuito a mostrare il lato più umano delle protagoniste, così come  la reticenza ad abbandonare la propria fede in Manson e la dolorosa consapevolezza che tutto ciò in cui credevano era una menzogna, affrontando il fatto che per poter conquistare la propria libertà saranno costrette a venire a patti con quello che hanno fatto.

L’intero cast è riuscito perfettamente a trasporre sullo schermo la complessità della caratterizzazione dei personaggi offrendo allo stesso tempo una rappresentazione coerente con loro i omologhi storici. La magnifica interpretazione di Matt Smith, conosciuto soprattutto per la sua interpretazione  l’ undicesima incarnazione del Dottore nella serie fantascientifica della BBC “Doctor Who”, nel ruolo di Charles Manson è un esempio concreto di come sia riuscito a ricreare perfettamente la personalità carismatica e diabolica del famigerato capo della famiglia. Inoltre, Smith ha mostrato al pubblico in maniera esemplare la complessità nell’interpretare un personaggio in grado di manipolare le persone che gli stanno intorno in maniera sottile. Una menzione speciale va fatta alle rispettive interpreti di Leslie “Lulu” Van Houten, Patricia “Katie” Krenwinkel e Susan “Sadie” Atkins, ossia Marianne Rendón, Sosie Bacon e Hannah Murray per aver dato un volto e forma all’inesorabile perdita dell’innocenza e Merritt Wever, colei che ha dato il volto all’educatrice Karlene Faith, regalando all’audience un personaggio forte capace di far riflettere il pubblico e di guardare con un’ottica più umana gli orrori della sopraffazione psicologica.

In conclusione, questo film è riuscito a far conoscere allo spettatore un altro tipo di orrore sul quale porre attenzione. Non è solo  il sangue che schizza sui muri o l’uccisione senza pietà di un altro essere vivente, ma è anche la persona che lentamente nella entra nella tua testa e distrugge tutto ciò che rende un individuo in grado di ragionare indipendentemente.

 

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