Festa del Cinema di Roma: The Menu – La recensione in anteprima

Novembre 10, 2022

"The Menu poster"

Una commedia horror che punta alla critica sociale, The Menu, per la regia di Mark Mylod, incasella una trama potenzialmente grottesca e surreale in una messa in scena targata Disney che apporta elementi di convenzionalità alla narrazione e ne attenua gli elementi potenzialmente più dirompenti.

Gli ospiti delle cene esclusive del ristorante Hawthorne, diretto dall’affascinante e imperiosa figura dello chef Slowik (Ralph Fiennes) su un’isola remota, appartengono tutti a sfere influenti dell’alta borghesia – tra loro c’è anche la critica che si considera la fautrice del successo dello chef– ed è a clienti dello stesso calibro che il ristorante si rivolge, e per cui lo chef e il suo fidatissimo, quasi religiosamente adepto team, hanno pensato il menù speciale che dà il titolo al film. Si tratta di un lavoro concettuale e performativo, in cui ogni entrata è ben più di un piatto gourmet, e che prevede un finale eclatante che sancisce la celebrazione dell’opera d’arte totale pensata dallo chef.

Il messaggio politico relativo al disequilibrio sociale e al classismo insito nella fruizione dell’arte contemporanea passa in The Menu attraverso una messa in scena a tratti spassosa e divertente, che costruisce un’atmosfera da cena con delitto in cui però tra gli invitati non si nasconde l’assassino, che è invece dietro i fornelli, ma l’unica potenziale survivor. Margot (Anya Taylor-Joy) è una escort il cui cliente, Tyler (Nicholas Hoult) ha richiesto di presenziare con lui alla cena esclusiva dello chef Slowik, sostituendo la sua precedente compagna, ma per via della sua professione e della sua estrazione sociale, Margot rappresenta un elemento di estraneità rispetto agli altri commensali, e un ingranaggio disfunzionale nel piano architettato dallo chef.

Piatto dopo piatto, il livello performativo del menù cresce in intensità e grado di follia: se si parte da un ‘classico’ piatto decostruttivista con salse servite senza pane e una tagliata con un coltello infilato nel mezzo a ricordo di una traumatica esperienza infantile dello chef, si arriva ad un sous chef che si sucida in scena perché non ha abbastanza talento, passando per un’altra chef che performa una pubblica accusa di molestie nei confronti di Slowik per poi accoltellarlo. Tutto sembra uno spettacolo ben studiato per sconvolgere il pubblico, che infatti inizialmente ha ancora dei dubbi nel credere a quanto gli stia accadendo davanti agli occhi, a distinguere tra realtà e finzione, tra l’orrore vero e quello che si prova di fronte ad uno spettacolo macabro, ma lo stupore svanisce completamente quando viene comunicato che saranno loro stessi parte integrante del menù.

L’opera d’arte totale pensata da Slowik e dal suo team prevede infatti quella che è una catarsi purificatrice collettiva da entrambe le parti, da un lato chi ha sacrificato e venduto la propria arte, mettendola al servizio di chi, dall’altra parte, la sfrutta senza capirla o senza apprezzarne il valore intrinseco, forte del proprio potere e della propria influenza economica. Nessuno viene risparmiato, e le colpe di ciascuno dei commensali vengono messe a nudo – o anche stampate su tortillas gourmet sotto forma di foto o conti in banca.

E alla fine, come in un’ammissione di colpe collettiva, nonostante le varie opposizioni e i vari tentativi di fuga, sono tutti consapevoli delle proprie colpe ed è come se l’idea geniale pensata da Slowik trovasse la loro approvazione.

Non ce ne sarebbe stato bisogno, perché il potere corrosivo e destabilizzante dell’azione dello chef, l’idea di creare un menu per uccidere i propri falsi e ipocriti mecenati, facendo assurgere la sua arte culinaria a vette inarrivabili, sarebbe stato di per sé più efficace e dirompente, ma in The Menu si cerca una sorta di legittimazione delle azioni di Slowik e del suo team, come se i ‘cattivi’ fossero consapevoli e fondamentalmente pentiti delle loro azioni e perdonassero Slowik, così da arrivare ad un paradossale lieto fine, in cui la forza purificatrice delle fiamme viene smorzata dalla mancanza di grida e dagli intertitoli che segnano l’ultima portata del menù, sugellando il livello di più o meno latente comicità che aveva già percorso tutto il film.

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